Punti chiave
- Il Medio Oriente vive una nuova escalation e le minoranze cristiane, radicate da secoli, rischiano di scomparire.
- Iran, Iraq, Siria, Libano, Gaza e Cisgiordania: ogni Paese una ferita diversa, dalla persecuzione legale alla guerra aperta, fino al collasso economico.
- Da Beirut, Marielle Boutros (ACS): «Non stiamo bene. Stiamo sopravvivendo».
- Parrocchie, monasteri e congregazioni restano spesso l’unico presidio di umanità sul territorio.
- ACS Italia è presente in Medio Oriente dal 1947 e continua a sostenere le comunità cristiane locali.
Indice
- Un Medio Oriente in guerra aperta
- Iran: la fede come reato
- Iraq: la paura di perdere tutto, di nuovo
- Siria: quando la pace è solo un’illusione
- Libano: una popolazione stanca di fuggire
- Gaza: sopravvivere un giorno alla volta
- Cisgiordania: l’economia del pellegrinaggio che si spezza
- La Chiesa che non abbandona
- ACS accanto ai cristiani del Medio Oriente
Un Medio Oriente in guerra aperta
Le recenti operazioni militari che hanno coinvolto Iran, Israele e Stati Uniti hanno trascinato l’intera regione in una fase di scontro aperto. Le ripercussioni non riguardano solo gli equilibri politici o le economie nazionali: toccano direttamente la vita quotidiana di milioni di civili, tra cui le comunità cristiane sparse in tutta l’area.
ACS osserva, attraverso i suoi referenti sul campo, che ogni escalation porta con sé conseguenze concrete e spesso irreversibili per chi vive già in condizioni di estrema fragilità.
Iran: la fede come reato
I cristiani iraniani sono una minoranza esigua, meno dell’1% della popolazione, e vivono in un contesto in cui professare la propria fede può costare la libertà. Chi si converte dall’Islam al Cristianesimo è esposto a rischi particolarmente seri: pressioni legali, isolamento sociale, in alcuni casi arresti. Il conflitto aperto non fa che aggravare una condizione già precaria, restringendo ulteriormente gli spazi di libertà per chi è già nel mirino.
Iraq: la paura di perdere tutto, di nuovo
Ci sono voluti anni per ricostruire quello che la violenza jihadista aveva distrutto. Chiese, case, scuole: mattone dopo mattone, molte famiglie cristiane irachene, oggi appena lo 0,3% della popolazione, avevano scelto di tornare e ricominciare. Oggi quella speranza vacilla di nuovo. La prospettiva di un nuovo ciclo di violenza pesa come un macigno su chi sa bene cosa significa perdere tutto: chi è già emigrato difficilmente tornerebbe una seconda volta.
Siria: quando la pace è solo un’illusione
In Siria le armi non hanno mai davvero taciuto del tutto. Anche dopo la caduta del califfato, reti estremiste hanno continuato a operare in modo frammentato, aspettando il momento giusto per riattivarsi. Le comunità cristiane siriane, il 2,3% della popolazione, sono percepite come vicine all’Occidente e per questo rimangono un bersaglio potenziale in ogni fase di instabilità.
Libano: una popolazione stanca di fuggire
Nel Libano meridionale i cristiani rappresentano circa un terzo della popolazione e hanno già vissuto più cicli di guerra e ricostruzione. Oggi i contatti di ACS sul territorio descrivono una situazione di tensione crescente. Le parole di Marielle Boutros, coordinatrice di progetti per ACS a Beirut Est, restituiscono meglio di qualsiasi dato quello che si vive ogni giorno: «Non stiamo bene. Stiamo sopravvivendo, ma nel cuore di ognuno di noi c’è il desiderio che questo incubo finisca in qualche modo».
Nella notte dell’8 aprile oltre 100 bombe sono cadute su Beirut in poche ore, colpendo quartieri che fino a quel momento sembravano al sicuro. Da allora la conta non si ferma: più di 1.800 morti, tra cui 120 bambini, e oltre 3.000 feriti dall’inizio della nuova escalation. «Alcune vittime erano nelle loro case, in un posto sicuro e familiare, e sono state bombardate» racconta Boutros. «Ti senti disumanizzato. Chiami i tuoi parenti, sei sollevato che stiano bene, poi apprendi di 200 morti. Non ti senti al sicuro da nessuna parte.»
Tra le emergenze più urgenti c’è quella delle scuole: nel sud del Libano molti istituti hanno interrotto le lezioni in presenza. «Non possiamo permetterci di fermare di nuovo l’istruzione» dice Boutros. «Le scuole sono state chiuse nel 2019, durante il Covid, poi durante la crisi economica. Il sistema scolastico è una delle poche forze rimaste a questo Paese — non possiamo lasciarlo crollare.» ACS sostiene il pagamento degli stipendi degli insegnanti e i programmi educativi nelle scuole cristiane della regione, consapevole che tenere aperte quelle aule significa tenere in vita una speranza forte.
Gaza: sopravvivere un giorno alla volta
A Gaza la crisi umanitaria non conosce tregua. La piccola parrocchia cattolica locale è diventata un punto di riferimento per migliaia di persone che non hanno altro a cui aggrapparsi: un luogo dove trovare cibo, assistenza, un senso di comunità che la guerra non è riuscita a cancellare del tutto. Ogni interruzione negli aiuti internazionali si traduce direttamente in vite a rischio.
Cisgiordania: l’economia del pellegrinaggio che si spezza
Per molte famiglie cristiane in Cisgiordania il turismo religioso non è un’opportunità: è una necessità. Betlemme, i luoghi santi, i percorsi di pellegrinaggio sono da sempre la principale fonte di reddito per intere comunità. Con l’instabilità che scoraggia i visitatori, quella fonte si prosciuga — e con essa la possibilità di restare.
La Chiesa che non abbandona
In tutto il Medio Oriente, parrocchie, monasteri e congregazioni religiose continuano a tenere aperte le porte. Distribuiscono cibo, accolgono sfollati, mandano avanti scuole e ambulatori. Non lo fanno perché la situazione è sotto controllo, lo fanno proprio perché non lo è. In un contesto in cui le istituzioni cedono e la violenza avanza, la Chiesa locale rimane spesso l’unico presidio di umanità rimasto in piedi.
ACS accanto ai cristiani del Medio Oriente
ACS Italia è presente in Medio Oriente dal 1947 e non intende smettere di esserlo. Indipendentemente dagli sviluppi politici e militari, il sostegno alle comunità cristiane locali continua: attraverso progetti concreti, vicinanza pastorale e la solidarietà di migliaia di benefattori che scelgono di non guardare dall’altra parte.