A Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania, i Patriarchi e i Capi delle Chiese di Gerusalemme, hanno condannato con fermezza gli attacchi dei coloni israeliani contro la comunità locale e contro alcuni diplomatici stranieri, puntando il dito contro un clima di impunità che, a loro giudizio, continua ad alimentare le violenze.
Il nodo degli uliveti
Nel mirino dei leader cristiani anche il pronunciamento del rabbino Dov Lior, che autorizzerebbe gli ebrei israeliani a raccogliere le olive negli uliveti palestinesi. Una posizione respinta in modo netto dalle Chiese, che chiedono giustizia per le vittime e un impegno più deciso della comunità internazionale a tutela delle popolazioni locali.
La voce da Taybeh
A raccontare cosa significa vivere oggi a Taybeh è il parroco, padre Bashar Fawadleh, raggiunto dalla fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS). «Stiamo documentando il continuo susseguirsi di incursioni dei coloni, intimidazioni e attacchi contro abitazioni, proprietà private e strutture destinate alle attività economiche», spiega.
Una zona chiusa, ma non per tutti
Il paradosso, sottolinea il sacerdote, è che il villaggio è stato dichiarato zona militare chiusa, eppure «i coloni continuano a muoversi liberamente, lasciando la nostra comunità esposta a un crescente clima di paura e insicurezza». E lo sguardo va oltre la cronaca: «A preoccuparci non è soltanto quanto è accaduto, ma anche ciò che potrebbe accadere se non verrà garantita una protezione efficace».
L’appello alla comunità internazionale
Padre Fawadleh ha ringraziato ACS e i suoi benefattori per la «solidarietà e l’impegno a preservare la presenza cristiana in Terra Santa», rivolgendo al tempo stesso un appello preciso: servono «attenzione costante, impegno diplomatico e azioni concrete per proteggere Taybeh, i suoi abitanti e il loro diritto a rimanere in sicurezza sulla propria terra».