Non è una guerra qualunque. È un progetto. Parola di mons. António Juliasse, vescovo di Pemba, che in un messaggio inviato ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) rompe ogni ambiguità: i jihadisti che insanguinano la provincia di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, non stanno combattendo per il territorio. Stanno costruendo un califfato.
Centinaia di sfollati interni abbandonano i propri villaggi nell’Alto Uele, nel nord della RDC. I missionari comboniani di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) documentano la crisi e restano sul campo. Fonte primaria: ACS International.
Cabo Delgado, otto anni di guerra: i numeri di una crisi ignorata
L’insurrezione jihadista nella regione è iniziata nel 2017. Da allora, i combattimenti hanno causato oltre 6.300 morti e costretto più di un milione di persone a lasciare le proprie case.
Se all’inizio i miliziani prendevano di mira edifici militari e governativi, negli ultimi anni la loro violenza ha assunto una connotazione sempre più anticristiana, in una regione a maggioranza musulmana. Il bilancio per la comunità cattolica è devastante: oltre 300 fedeli uccisi, molti mediante decapitazione, e almeno 117 edifici ecclesiastici distrutti — cappelle, chiese storiche, tra cui la missione di San Luigi di Montfort, fondata nel 1946 e data alle fiamme fino alla completa distruzione alla fine di aprile.
Un nuovo fronte di violenza nel nord della RDC
La crisi umanitaria nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) non è più confinata alle province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu. Un nuovo fronte di violenza si è aperto nella regione settentrionale dell’Alto Uele, dove gruppi terroristici non identificati stanno devastando villaggi e costringendo centinaia di famiglie alla fuga.
Le testimonianze raccolte sul campo dai missionari comboniani e trasmesse ad Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) descrivono una situazione di emergenza crescente, con ondate di sfollati interni che si riversano nelle città vicine, del tutto impreparate ad accoglierle.
Padre Claudino Gomes, missionario comboniano, riporta che la città di Isiro si è ritrovata improvvisamente a fare i conti con un “arrivo massiccio di sfollati” provenienti da “decine di villaggi nella boscaglia”. Alcune persone hanno percorso circa 125 chilometri a piedi pur di trovare un luogo sicuro.
Il livello di violenza registrato è agghiacciante. Ad Elimba, il villaggio più distante dalla parrocchia, i terroristi hanno ucciso più persone impegnate in attività di estrazione dell’oro. Il grande villaggio di Ndubala è stato anch’esso teatro di morte. «Tutti si chiedono quanto durerà questa violenza», afferma il sacerdote.
La risposta della Chiesa: solidarietà concreta a Isiro
Nonostante lo shock, la comunità locale di Isiro ha risposto con straordinaria generosità. Molte famiglie hanno aperto le proprie case, accogliendo tra i 10 e i 20 sfollati ciascuna. Le autorità locali hanno messo a disposizione anche le scuole come strutture di accoglienza temporanea.
La parrocchia cattolica di Sant’Anna, dove opera padre Claudino, è diventata un vero e proprio centro di accoglienza: ospita attualmente 140 persone e sostiene 40 famiglie con razioni di riso e fagioli. L’assistenza non si limita al piano materiale: sono attivi servizi medici, pastorali, catechetici e attività per i bambini.
«Quasi tutti i cattolici delle 40 comunità che abbiamo nella boscaglia e nella savana si trovano ora a Isiro. La parrocchia di Sant’Anna è diventata la casa spirituale di tutti gli sfollati», spiega padre Claudino.
I missionari comboniani restano sul campo: «Siamo segni viventi della presenza di Dio»
Padre Marcelo Oliveira, missionario comboniano attualmente a Kinshasa, ha lanciato un appello urgente di solidarietà attraverso ACS. Il messaggio è chiaro: non abbandoneranno il loro popolo, qualunque cosa accada.
«Dio non abbandona il suo popolo, cammina con esso. Per questo noi missionari continueremo ad accompagnare la gente, nonostante la persecuzione, anche nella sofferenza, anche quando non abbiamo abbastanza. Resteremo con il popolo. Siamo segni viventi della presenza di Dio.» dice Padre Marcelo Oliveira, missionario comboniano, Kinshasa
Il ruolo di ACS: presenza e sostegno continuo nella RDC
La presenza dei missionari è resa possibile, in parte, dall’impegno costante di Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), fondazione pontificia internazionale che da decenni opera nelle regioni del mondo dove i cristiani sono perseguitati o in difficoltà.
Nella RDC, ACS finanzia iniziative pastorali fondamentali: ritiri spirituali, formazione per catechisti e sostegno economico al clero locale attraverso le offerte per la celebrazione di Messe. In momenti di crisi come questo, la rete di supporto costruita negli anni diventa l’unica ancora per intere comunità.