Dall’Etiopia, Sacerdote ad ACS: «Fame e paura dilagano»

La crisi umanitaria nel Tigray continua a peggiorare di giorno in giorno. Il conflitto è esploso in quest’area del nord Etiopia lo scorso novembre come conseguenza delle tensioni tra governo nazionale e Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF). L’escalation è culminata in un brutale e sanguinoso intervento militare da parte delle truppe federali etiopiche e delle forze alleate della confinante Eritrea.
La fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) si è messa in contatto con un sacerdote cattolico etiope del quale non possiamo fornire le generalità per ragioni di sicurezza.

«Fame e paura dilagano». Il conflitto armato rappresenta una «devastante guerra ancora in corso in quasi tutto il territorio della regione del Tigray», racconta il sacerdote. «Non ci sono servizi pubblici istituzionali, non c’è abbastanza cibo né medicine, nessuna sicurezza né fiducia», e per questo «la popolazione è allo stremo delle forze». I bambini sono ovviamente le prime vittime di questa crisi. Il sacerdote afferma di aver incontrato madri che «chiedono aiuto perché hanno perso i loro figli o non sanno dove siano. La gente è traumatizzata». Nel suo territorio, riferisce, «tre parroci sono stati minacciati e percossi», tutte le proprietà parrocchiali sono state «completamente saccheggiate dai soldati. I morti sono stati centinaia». Nonostante ciò, sottolinea il testimone, «la Chiesa non ha mai smesso di operare».

Malgrado le grandi difficoltà di accesso alle aree interessate dal conflitto, Aiuto alla Chiesa che Soffre sta fornendo assistenza. I ministri di Dio in particolare beneficiano delle donazioni inviate loro per la celebrazione di Messe. Per questo motivo il sacerdote contattato da ACS esprime la propria gratitudine nei confronti dei benefattori della fondazione: «Continuate a pregare per noi e a sostenerci. Abbiamo bisogno del vostro aiuto, sia materiale sia spirituale», conclude.