Nel 2019 il mondo ha tirato un sospiro di sollievo: il califfato era caduto. Ma sette anni dopo, chi segue da vicino la situazione in Medio Oriente e in altri territori dell’Africa sa che quella vittoria non era definitiva. L’ISIS si è trasformato e continua a minacciare le fragili comunità cristiane rimaste nella regione.
Indice
- Il califfato è finito. L’ISIS no
- Dalla Siria all’Iraq: cellule che non dormono
- Il problema dei detenuti: una bomba a orologeria
- Ibrahim e Yusuf: due strade verso il jihadismo
- Ingiustizia e radicalizzazione: un legame difficile da spezzare
- Una minaccia che cambia forma ma non scompare
- ACS accanto ai cristiani di Siria e Iraq
Il califfato è finito. L’ISIS no
La caduta dell’ultimo territorio controllato in Siria nel 2019 ha segnato la fine di un progetto politico-militare senza precedenti. Ma un’organizzazione jihadista non è solo territorio: è una rete, un’ideologia, una capacità operativa che non si smantella con una sconfitta sul campo.
Nei anni successivi al 2019, l’ISIS ha dimostrato di saper sopravvivere alla perdita del califfato, adattando le proprie modalità operative al nuovo contesto. Meno visibile, ma non meno presente, ma comunque presente.
Dalla Siria all’Iraq: cellule che non dormono
Le zone desertiche al confine tra Siria e Iraq sono diventate il terreno di elezione per le cellule clandestine dell’organizzazione. In questi spazi difficili da controllare, lontani dai centri abitati e dai radar internazionali, i gruppi residui hanno continuato ad agire con attacchi mirati e a bassa intensità.
Nel gennaio 2025 le autorità siriane hanno annunciato di aver sventato un attentato contro il santuario sciita di Sayyida Zainab, nella periferia di Damasco, attribuendolo all’ISIS. L’episodio è un segnale: reti operative del gruppo esistono ancora nel Paese. L’Institute for the Study of War ha rilevato che l’organizzazione stava attraversando una fase di riorganizzazione, pronta a sfruttare ogni indebolimento del sistema antiterrorismo.
Il problema dei detenuti: una bomba a orologeria
Nel nord-est della Siria, il campo di detenzione di al-Hol ha ospitato per anni migliaia di persone legate all’ISIS, uomini, donne, minori. Agli inizi del 2026 la gestione di parte di questo sistema è passata sotto il controllo delle autorità legate al presidente ad interim Ahmed al-Sharaa. Parallelamente, circa 7.000 detenuti considerati particolarmente pericolosi, su un totale di circa 35.000, sono stati trasferiti in Iraq.
Concentrare in strutture fragili migliaia di persone già radicalizzate non è una soluzione: secondo diversi analisti, è un contesto che può favorire ulteriore indottrinamento e nuove dinamiche di reclutamento.
Ibrahim e Yusuf: due strade verso il jihadismo
Per comprendere come queste dinamiche possono alimentare nuove reti jihadiste, uno studio del 2022 ha raccolto le testimonianze di trenta ex combattenti libanesi detenuti nella prigione di Roumieh, accusati di aver combattuto in Siria con gruppi estremisti. Percorsi diversi, ma tutti provenivano dallo stesso contesto: Tripoli, città segnata da povertà, disoccupazione giovanile e tensioni settarie profonde.
Ibrahim racconta di essersi radicalizzato dopo la detenzione e la tortura dei fratelli da parte delle autorità siriane negli anni Novanta, maturando un forte desiderio di vendetta.Yusuf era partito con intenzioni diverse, voleva aiutare le popolazioni civili colpite dal conflitto. Fu la struttura stessa del califfato ad attrarlo, il suo potere organizzativo.. L’esperienza diretta lo portò però a una disillusione amara.
Ingiustizia e radicalizzazione: un legame difficile da spezzare
Le storie di Ibrahim e Yusuf non vanno generalizzate. Raccontano però qualcosa di importante su come funziona la radicalizzazione: non nasce da un giorno all’altro, e non nasce nel vuoto. Il senso di ingiustizia e la percezione di esclusione politica, anche quando non corrispondono pienamente alla realtà, possono alimentare percorsi che portano alla violenza.
Finché le condizioni strutturali che producono questi sentimenti non vengono affrontate, il rischio che nuove reti trovino terreno fertile rimane alto. Per le comunità cristiane della regione, già ridotte a minoranza, ogni nuovo ciclo di instabilità è una minaccia esistenziale.
Una minaccia che cambia forma ma non scompare
L’ISIS del 2026 non assomiglia a quello del 2014. Non ha un califfo, non gestisce risorse, non controlla città. Ha però dimostrato una resilienza che dovrebbe far riflettere: in contesti di instabilità politica, fragilità istituzionale e tensioni settarie irrisolte, le reti clandestine trovano sempre il modo di riattivarsi.
La minaccia jihadista in Siria, in Iraq e nell’intera regione non è archiviata. Si è fatta più silenziosa — e il silenzio, in certi contesti, inganna.
ACS accanto ai cristiani di Siria e Iraq
In questo scenario, le comunità cristiane di Siria e Iraq portano avanti ogni giorno una resistenza silenziosa. Sono minoranze esigue — il 2,3% della popolazione in Siria, lo 0,3% in Iraq — che dopo anni di violenze, distruzioni e migrazioni forzate hanno scelto coraggiosamente di non andarsene.
ACS Italia è al loro fianco con sostegno concreto, presenza pastorale e la solidarietà di migliaia di benefattori che scelgono di farsi prossimi dei fratelli oppressi.