Martedì, 25 agosto1987, ore 15

 

WERENFRIED VAN STRAATEN                                                                                     (Padre Lardo) religioso olandese, fondatore nel 1947 dell’opera

«Aiuto alla Chiesa che

soffre», che ora è associazione ecclesiale di

diritto    pontificio.

 

Partecipa:

S. ECC. MONS. GIOVANNI LOCATELLI

           

            Monsignor Locatelli, vescovo di Rimini, introduce l’incontro con una riflessione teologica sul tema della  carità. Poi Padre Lardo racconta la sua opera, che oggi come ieri è tutta affidata alla creatività del cristiano e alla Provvidenza di Dio: «Andavo a parlare alle feste dei villaggi, poi tiravo fuori il cappello e dicevo: “Adesso è il momento della colletta, ma naturalmente non avete portato con voi denaro; perciò quando tornate alle vostre case tagliate un bel pezzo di lardo e me lo portate in parrocchia questa sera. Io domani vengo con un camion, o con due, o tre, come volete, per prendermi questo lardo”». Quel lardo, nell’immediato dopoguerra, salvò la vita a centinaia di sacerdoti e a migliaia di bambini.

MONSIGNOR GIOVANNI LOCATELLI

 

                Tre punti vorrei toccare brevemente. In primo luogo la insignificanza mondana dell’amore e della gratuità. In un secondo punto farò una breve riflessione sulla gratuità, questa punta suprema dell’amore, e finalmente con una pennellata farò vedere che solamente chi ama di questo amore veramente gratuito riesce a fare cose stupende.

                Primo punto: insignificanza, ininfluenza della gratuità. Spesse volte durante la giovinezza si hanno sogni, ma poi arriva il cosiddetto realismo, ciò che conta è fare soldi, acquisire potere, sembra che la logica della vita sia così; sembra che non sia possibile niente di gratuito, sarebbe solo utopia, falsità o vera nuova forma di potere. «Ti pagherò — dice a Paolo uno — «se mi darai il potere di donare lo spirito». Chesterton in un suo romanzo dice che è una prostituta che parla. «Nessuno fa niente per niente, la gente vuole il corpo, la Chi vuole le anime, nessuno fa niente per niente», così si dice nel mondo.

                Secondo punto: la gratuità. Cos’è questa gratuità? È la forma suprema dell’amore che è tutto dono, unicamente dono, e si può essere dono soltanto annientandosi. S. Gregorio Da Nissa dice: «Chi è veramente pastore, chi ama, è simile a una torca che fa luce consumando sé stessa». Solo Dio in verità è capace della suprema gratuità, perché lui non ha bisogno. Dice nei Salmi: «Mi volete offrire dei sacrifici, ma mie sono tutte le bestie del mondo, miei sono tutti gli alberi, che sacrificio mi date? I cieli sono il mio trono, mi volete edificare un tempio?» Allora come raccontare questa gratuità suprema in Dio e che dobbiamo vivere in noi, come raccontarla? E’ lo sforzo della carità che cerca di dirsi in modo comprensibile. È terribile anche per la fede dirsi, nei dogmi, nelle presentazioni, e forse è ancor più difficile per la carità. Quindi avverto la gravità del mio compito: tentare di portare alla parola il vissuto della carità. Come fare? Abbiamo una indicazione: raccontare la storia unica di amore e di gratuità che ci è stata rivelata in Gesù di Nazareth, figlio di Dio, Dio, Cristo Signore, vero uomo. Li ho la forma vissuta della carità e racconto quella storia per suscitare ancora, nella storia di uomini umili che capiscono questo invito, quotidiane, feriali storie di amore.

            Nello Spirito l’amore è eterna novità. Chi si arrocca non sa amare. L’amore è giovinezza, quel culto della giovinezza che c’è in giro è sbagliato. E giovane anche colui che ha ottant’anni, se la mente, se il cuore sono giovani. Se la mente ha dei pensieri belli. L’amore è esodo permanente, lasciare i mille Egitti delle nostre schiavitù. L’amore è il canto del diverso, ama colui che sa stare assieme con chiunque, con chi non la pensa come lui, anche con chi la pensa contro di lui. L’amore non conosce queste difficoltà. Vedete, amici, un vescovo non dovrebbe far fatica perché lui è questo contenitore, come Dio, canta il diverso; l’amore è vincolo di eterna comunione, in ogni occasione. (…)

            Chi ama è deificato, ma lui non lo sa per niente, si ritiene spazzatura, pensa agli altri più buoni di lui, questo è meraviglioso; soprattutto chi ama è felice, felice, divinamente felice, e rende felici.

            Sono così all’ultimo punto. Chi ama in questo senso non è l’abitante di qualche angolino separato di una regione asettica, chi ama è colui che si precipita nel bisogno. Amo dire che colui che ama ha domicilio là dove è maggiore il bisogno. Penso che Padrelardo questo lo abbia sperimentato. L’amore è forte come la morte. Ora, forte come la morte, non c’è niente. L’amore — dice S. Giovanni Crisostomo — cambia la sostanza delle cose. Cambia la sostanza delle cose, perché chi ama è di un ottimismo che non saprei come descrivere se non con queste parole di un altro padre del deserto: «Se tu vedi il fratello peccare, gettagli sulle spalle il mantello del tuo amore e lo cambierai». Dove c’è fallimento c’è qualcosa di meno che ho dato io mentre potrei dare di più. E veramente concludendo, amici, chi ama di un amore folle diventa padre nel senso più dinamico, non nel significato di una paternità funzionale, ma nel senso di una elezione divina. Chi ama la sente questa voce. Le parole e le azioni dell’innamorato di Dio sono paternità, discendono da una paternità carismatica. Sicché si giunge, quando si ama, ad essere depositari della filantropia divina; è Dio che ha preso talmente possesso di noi che diventiamo distributori per Lui e con Lui. Carità cosmica, tenerezza ontologica. Si arriva amici, alla carità dell’ottavo giorno. Quel che c’è in paradiso, per mezzo di chi ama, può diventare costumanza, abitudine quotidiana.

PADRE WERENFRIED VAN STRAATEN:

Cari amici, io non sono che un povero olandese, sempre in pericolo di maltrattare la vostra bella lingua italiana. Eppure voglio farmi coraggio e raccontarvi qualcosa della nostra opera «Aiuto alla Chiesa che soffre».

           La nostra opera nacque come opera di carità per i tedeschi espulsi dai paesi dell’Est. Sorse dopo la seconda guerra mondiale in una atmosfera di odio. Allora vidi la mia vocazione sacerdote nel riportare l’amore all’interno della Chiesa e del mondo. Questo amore esige un coinvolgimento personale con gli affamati, gli ignudi, i carcerati e tutti coloro di cui Cristo ha parlato nella sua descrizione del giudizio finale e sotto le cui vesti egli si cela. Essa esige che riconosciamo e consoliamo Cristo nei più piccoli dei suoi. E ciò senza escludere i nostri nemici. L’amore verso i nemici infatti appartiene all’essenza del cristianesimo. Nei primi anni del dopoguerra molti nella mia patria ritenevano impossibile proclamare e realizzare questa verità, dato che l’amore verso i nemici di ieri, i tedeschi, richiedeva una troppo grande abnegazione e persino eroismo. Ho scoperto allora che gli uomini, per lo più, sono molto migliori di quanto si pensi. Vi racconto un fatto. Accadde in un villaggio del Belgio; nel 1940, i tedeschi fucilarono 85 abitanti, non c’era famiglia che non avesse perduto un congiunto. Dieci anni dopo l’odio bruciava ancora i cuori della gente. Sapendo che il Signore non benedice l’odio, il parroco aveva cercato con tutti mezzi di sradicarlo, ma invano, e mi chiese di recarmi là una domenica sera per parlare delle sofferenze dei tedeschi. Avevo un po’ di paura e per tastare il polso della situazione mi recai in paese il giorno prima. Il parroco era disperato: «Impossibile, padre, la gente non vuole ascoltarla, dicono: “Quel padre viene a domandare aiuto per i tedeschi, per quei criminali che hanno ammazzato i nostri uomini e figli? Mai. E ringrazi il cielo che è un sacerdote, altrimenti gli avremmo rotto il muso”». Cosa potevo fare? La domenica mattina predicavo in tutte le messe parlando dell’amore. Fu la predica più difficile di tutta la mia vita, ma riuscii nel mio intento e dopo la messa, quando, la Chiesa era vuota, perché la gente si vergogna di mostrare quanto è buona, una donna mi dette 1000 franchi e usci. Il parroco mi raccontò che era una semplice contadina alla quale i tedeschi avevano ucciso il marito, il figlio e il fratello e quella donna fu la prima ad aiutare i tedeschi. Quella sera la sala era piena. Parlai per due ore. Invitai i presenti a pregare con me per i fratelli tedeschi sofferenti. Pregarono con le lacrime agli occhi e tutta la notte portarono denaro in canonica. Raccolsero viveri, adottarono un prete tedesco. Gli uomini sono migliori di quanto si pensi. Essi attendono soltanto la parola ardente che infiammi il loro cuore. Sono disposti all’eroismo se noi abbiamo il coraggio di esigere da loro sacrifici veri e di convincerli che tali sacrifici sono necessari per il Regno di Dio. Per questo è nostro dovere proclamare integralmente e senza falsificazioni la legge della carità. Non adattare mai le esigenze di Cristo alla debolezza umana. Educare al sentire di Cristo coloro che vogliamo guadagnare alla nostra opera. Gesù infatti esige che siamo perfetti come è perfetto il Padre celeste che dona il suo sole e la sua pioggia, la sua grazia, il suo amore, indistintamente ai buoni ed ai cattivi, agli amici e ai nemici. Gli amici di Dio che la Chiesa ha affidato alla nostra cura sono divenuti sempre più numerosi. Sono adesso tutti coloro che per Cristo soffrono persecuzione o hanno dovuto lasciare la loro Patria, ma anche tutti coloro che per ingiustizia, sfruttamento o miseria, isolamento spirituale, corrono il rischio di perdere la fede. Questi sono gli amici dei quali ci dobbiamo prendere cura. Ed i nemici che dobbiamo amare in modo particolare sono adesso coloro che perseguitano la fede o la tradiscono, sia per odio sia per infedeltà e sono quindi corresponsabili della triste situazione della Chiesa che soffre. Dobbiamo pregare per loro, nella speranza che si convertano. Tutti i bastioni dei persecutori e dei falsificatori della fede devono essere assediati da legioni di anime umili che dirigano la loro preghiera verso i dittatori violenti e i falsi profeti che vogliono distruggere il Regno di Dio. Questo è il compito primario della nostra opera. Ora che sulla stampa religiosa e addirittura da pulpiti e cattedre troppo spesso non si annuncia più il vangelo bensì un umanesimo ateo e liberale o idee marxiste, ed ampi strati del popolo di Dio, soprattutto della gioventù, vivono nella ignoranza religiosa, è fuori dubbio che noi dobbiamo innanzitutto adempiere un compito pastorale nei confronti di coloro che nella nostra opera sono chiamati ad esercitare la carità verso la Chiesa che soffre. Il nostro contributo alla nuova evangelizzazione della Chiesa consiste sia nell’annuncio di quelle verità del Vangelo che costituiscono la base soprannaturale della nostra opera sia nella pratica di quelle virtù senza le quali la sua esistenza nel futuro non è garantita. (…).

          E non soltanto l’uomo ma anche Dio è molto migliore di quanto lo pensiamo. Non ci sono praticamente limiti alla fiducia che possiamo riporre nella sua Provvidenza. Per decennale esperienza so che tutte le meraviglie che Cristo ha insegnato in merito alla bontà e alla fedeltà del nostro Padre celeste sono vere alla lettera. Dio non ha mai deluso la mia fiducia, mi ha sempre aiutato a mantenere le promesse, talvolta azzardate agli occhi del mondo, che a suo nome ho fatto alla Chiesa che soffre. Noi abbiamo una economia un po’ strana. Ogni anno noi ricominciamo con niente. Noi non vogliamo capitalizzare. Il nostro budget è fatto da promesse. E ogni anno noi promettiamo molto, molto. Quest’anno abbiamo promesso più di 40 milioni di dollari senza avere niente, soltanto promesse e tutto quello che abbiamo promesso da quarant’anni sempre abbiamo ricevuto da donare, sempre, sempre. Talvolta all’ultimo momento, mai troppo, sempre sufficiente. Ciò non ci deve stupire, infatti lo stesso Dio che suscita nel nostro cuore il desiderio di soccorrere la sua Chiesa che soffre integra con la sua onnipotente grazia ciò che manca alla nostra debolezza e suscita in altri cuori la carità necessaria per lenire ogni bisogno. Nello stendere il programma annuale degli aiuti la loro misura non deve essere dettata da quello che possiamo fare, bensì da quello che dobbiamo fare e tutto possiamo in Colui che ci dà forza. E questa illimitata fiducia in Dio non è temeraria solo se restiamo fedeli al compito che è stato affidato alla nostra opera: aiutare la Chiesa ovunque essa venga perseguitata, minacciata, minata alla base o distrutta e si trovi quindi nella sofferenza. La causa principale di questa sofferenza è l’ateismo militante che da settant’anni ha trovato nel comunismo il suo più pericoloso propugnatore. Questo ateismo militante, del quale Maria a Fatima ha predetto l’inizio, i mezzi per combatterlo e la fine, è forse il più grave pericolo che mai abbia minacciato la Chiesa. Esso esige reazioni e controffensive che un tempo avrebbero condotto alla fondazione di un nuovo ordine religioso. Per questo spero che la nostra opera possa svilupparsi in un movimento popolare, pastoralmente orientato sotto la guida di sacerdoti, di diacono celibi o sposati, sostenuti da laici impegnati. I sacerdoti ed i diaconi celibi dovrebbero condurre una vita comunitaria di carattere apostolico. I diaconi sposati e le guide laiche troverebbero in questa comunità il loro nutrimento spirituale e il loro punto d’appoggio. L’Istituto, baluardo spirituale contro l’ateismo, dovrebbe non soltanto formare la nuova generazione dirigente della nostra opera, votata alla realizzazione di ciò che Maria a Fatima ha chiesto, ma potrebbe anche diventare il seminario dal quale usciranno nuovi sacerdoti e diaconi per la Chiesa che soffre. E i benefattori che vi si sentissero chiamati dovrebbero implorare la benedizione di Dio per questa impresa apostolica da loro sostenuta anche economicamente. Solo Dio sa se questa speranza diverrà mai realtà. Noi possiamo soltanto ascoltare la sua voce ed essere pronti a fare ciò che Egli vuole. (…)

           La nostra opera, da temporanea azione di soccorso ai sacerdoti tedeschi espulsi dall’Est, è diventata un movimento spirituale mondiale che, attraverso la preghiera, sacrificio, conversione, informazione e carità operante cerca di lenire in tutto il mondo le sofferenze provocate dall’ateismo. E, considerato questo sviluppo, è errato dare la precedenza alle originarie scelte della nostra opera, anteponendole ai compiti aggiuntisi in un secondo tempo. Infatti le rovine cd i pericoli spirituali in seno alla Chiesa, sia nel terzo mondo che nel mondo libero, trovano la loro origine nella stessa potenza satanica che altrove perseguita i cristiani e scaccia dai loro paesi milioni di profughi in tutto il mondo. La nostra resistenza a questa potenza è indivisibile. Infatti tanto l’ateismo militante dei marxisti quanto l’ateismo pratico dell’Occidente materialista provengono dal principe delle tenebre. La nostra opera è chiamata a raccogliere la sfida atea globale con cui la Chiesa in tutto il mondo è messa a confronto. La caratteristica che contraddistingue la nostra opera dalle altre azioni di soccorso all’interno della Chiesa è il suo carattere pastorale al quale non abbiamo mai rinunciato neppure in un periodo in cui era di moda porre il progresso sociale al di sopra della strada angusta che porta al cielo, gli aiuti per lo sviluppo al di sopra della evangelizzazione, la liberazione violenta al di sopra della salvezza della croce. Il materiale al di sopra dello spirituale e il temporale al di sopra dell’eterno. E da questo carattere pastorale appare quali siano gli scopi che dobbiamo perseguire e a quali progetti la nostra opera debba accordare la precedenza.

           Quest’anno la nostra opera sta promuovendo circa 8000 progetti, quasi esclusivamente pastorali. Per realizzarli occorrono 44 milioni di dollari. Molto importante per noi è la formazione dei futuri sacerdoti. Quest’anno aiutiamo più di 14.000 seminaristi in tutto il mondo, 9000 dei quali sono polacchi. Mentre nell’occidente cosiddetto cristiano le vocazioni sono diminuite catastroficamente, possiamo al di là della cortina di ferro e nel terzo mondo, preparare la nuova generazione dei sacerdoti che in comunione con il Papa potranno garantire l’annuncio del Vangelo per il futuro. In nessun luogo la condanna a morte di Cristo è stata revocata. Ovunque, nell’occidente cristiano. Egli viene tradito da Giuda, con l’approvazione di governanti complici gli viene quotidianamente negata la vita in migliaia di bambini non nati. Oltre cortina, abbandonato da tutti, Egli viene condotto sul luogo dell’esecuzione. Indicibilmente stanco, soccombe alla tortura psichica e fisica… Di nuovo egli pende tra cielo e terra. «Ho sete» — dice, e «Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Se noi realmente amiamo questo Cristo condannato e crocefisso non possiamo rifiutare la croce nella nostra vita. Nessuno infatti può essere unito a lui se non condivide la sua sofferenza. Perciò ritorniamo volontariamente al digiuno unito alla preghiera e alle opere buone. Proponiamo di fare tre cose

1) digiunare un giorno alla settimana o al mese in espiazione dei nostri peccati;

2) donare alla Chiesa che soffre il denaro così risparmiato;

3) implorare quotidianamente la misericordia di Dio sul suo popolo infedele e su noi stessi.

           Digiunare, donare, implorare. Se in questo modo noi accompagniamo Gesù nel deserto vinceremo con lui tutte le tentazioni del maligno e tutta la Chiesa usciremo nello splendore del Risorto dalla tomba del peccato. Quarant’anni fa incontrai a Berlino un generale sovietico. Mi disse: «Noi siamo l’élite di Satana, ma voi, siete voi l’élite di Dio?» Siamo noi veramente l’élite di Dio? Se non lo siamo non ha senso parlare di una Europa cristiana e non avremo la forza di portare a termine un compito cristiano. Noi dobbiamo essere l’élite di Dio. Attraverso l’amore dobbiamo rendere vivo il nostro cristianesimo in modo che divenga accettabile anche agli altri. L’Europa, gli Stati Uniti, non sono eterni. Un mondo cade a pezzi e il centro di gravità si è già spostato. L’avvenire appartiene probabilmente all’oriente. Ci rimane un solo compito, non politico, né militare, bensì cristiano: non uccidere l’oriente ma battezzano, trasmettere l’eredità che Dio ci ha affidato a coloro che sono chiamati a succederci. Questa eredità consiste non già nella nostra cultura europea o nella tecnica moderna, ma nel vangelo, nei sacramenti, nelle infinite ricchezze della fede e della grazia. Ecco perché il nostro cristianesimo deve essere ardente e luminoso come città sul mondo e luce sul candelabro. Così che tutti possano essere convinti che noi possediamo la vita e la verità. Se siete d’accordo preghiamo tutti insieme, diciamo dieci Ave Maria per la Chiesa che soffre. Io prego in olandese, ma l’Ave Maria è sempre la stessa. (L’assemblea recita le dieci Ave Maria con padre Van Straaten).