Vescovo del Camerun: noi vittime di Boko Haram mentre il mondo guarda altrove



«Noi sperimentiamo ogni giorno quanto è accaduto a Parigi lo scorso gennaio. Eppure nessuno si cura del nostro dolore». È quanto scrive monsignor Bruno Ateba, vescovo della diocesi camerunense di Maroua-Mokolo, in un messaggio inviato nei giorni scorsi ad Aiuto alla Chiesa che Soffre.



Il presule racconta come la violenza di Boko Haram abbia gravemente colpito la sua diocesi, dove nel solo 2014 hanno trovato la morte per mano della setta islamista due membri dello staff diocesano, tre catechisti e trenta fedeli. Numerosi anche i rapimenti, tra cui quello di due sacerdoti italiani, don Giampaolo Marta e don Gianantonio Allegri, sequestrati proprio a Maroua, assieme alla religiosa canadese, suor Gilberte Bussiére, il 4 aprile del 2014 e poi liberati il 31 maggio 2014.



«La situazione nel nord del Camerun è molto difficile – dichiara ad ACS don Gianantonio Allegri – e nell’area sono stati trovati anche dei campi di addestramento di Boko Haram». Il sacerdote – rapito presumibilmente dalla setta islamista – riferisce della facilità con cui gli estremisti reclutano giovani camerunensi. «Molti bambini sono stati portati via con la forza oppure affidati dalle famiglie a Boko Haram con la promessa di denaro e di una vita migliore». Anche monsignor Ateba denuncia il reclutamento di oltre 2000 ragazzi e bambini tra i 5 ed i 15 anni, assoldati dai terroristi soltanto nell’ultimo anno. «L’estrema povertà rende l’area un immenso serbatoio da cui attingere per reclutare nuove leve. I giovani camerunensi non hanno alcuna prospettiva e sono facile preda della setta».



Un ulteriore effetto delle violenze e delle razzie compiute da Boko Haram nel nord del Camerun è costituito dall’alto numero di sfollati interni. «La nostra diocesi – spiega monsignor Ateba ad ACS – ospita almeno 55mila sfollati che vanno ad aggiungersi ai tanti rifugiati giunti dalla Nigeria». Secondo il presule, oltre alle migliaia di profughi che vivono nei due campi allestiti a Maroua dall’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, migliaia di persone hanno trovato alloggio presso amici e parenti, mentre altre 22mila hanno trovato riparo nella boscaglia. «La situazione è drammatica in particolar modo ad Amchidé – dichiara il vescovo – dove le violenze di Boko Haram hanno costretto l’intero villaggio a fuggire, con la conseguente sospensione di ogni attività pastorale».



Attacchi terroristici hanno gravemente danneggiato le infrastrutture della regione – tra le più povere del Camerun – e la chiusura di 110 scuole e tredici centri sanitari.



Aiuto alla Chiesa che Soffre ha stanziato un contributo di 15mila euro per la costruzione di un centro pastorale per permettere a circa 5200 fedeli rifugiati nel campo Minawao di assistere alla messa e di ricevere assistenza pratica e spirituale.

Roma, 27 aprile 2015

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