Voci dall’Iraq: la storia di Fadia



Foto di repertorio



«Eravamo riusciti a ricostruirci una vita. Ora è tutto distrutto». Fadia, cristiana siro-cattolica di 30 anni, racconta la sua storia con un filo di voce e trattiene le lacrime mentre ripercorre la notte tra il 6 ed il 7 agosto. Fino a qualche settimana fa la donna viveva a Qaraqosh, la principale città cristiana d’Iraq, assieme al marito Rayan ed i loro tre figli. La sera del 6 agosto avevano assistito al funerale di David e Mirat, due bambini cristiani uccisi da un ordigno mentre giocavano in giardino. «Eravamo tristi, ma mai avremmo immaginato cosa sarebbe successo». Alle tre di notte un loro vicino ha bussato forte alla loro porta. «I peshmerga non ci difendono più, dobbiamo fuggire», ha detto l’uomo a Rayan ancora incredulo. «Per fortuna mio marito già da tempo si assicurava ogni giorno che il serbatoio dell’auto fosse pieno – spiega la donna – Così siamo fuggiti, senza neanche il tempo di prendere nulla o di cambiarci il pigiama». Solo 80 chilometri separano Qaraqosh da Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Ma per percorrerlo la famiglia di Fadia e gli altri 40mila cristiani che nella stessa notte hanno lasciato la città, hanno impiegato più di 15 ore.



Tutto il tempo per interrogarsi sul futuro e per pensare al simile viaggio

Foto di Repertorio

compiuto appena 8 anni prima, nel 2006, quando avevano lasciato Mosul. «Non riuscivamo più a resistere – racconta Fadia – Quell’anno il nostro primogenito Emanuel avrebbe dovuto iniziare la scuola, ma ho preferito tenerlo in casa perché Mosul era troppo pericolosa, specie per noi cristiani». Un giorno Rayan ha trovato sull’uscio della loro abitazione un volantino che intimava ai cristiani di lasciare la città, altrimenti sarebbero stati uccisi. «Abbiamo scelto Qaraqosh, perché altre famiglie cristiane che conoscevamo si erano già trasferite lì. Pensavamo di aver trovato un luogo dove poter vivere in pace, mandare i nostri figli a scuola e frequentare la parrocchia senza paura».



Oggi rivivono lo stesso incubo. Arrivati ad Erbil hanno trovato rifugio nel centro commerciale Nistihiman. L’edificio non è mai stato completato e solo parte della struttura è occupata da negozi. Il sesto piano, ancora in costruzione, ha accolto più di mille rifugiati cristiani. «Siamo stati molto più fortunati di altri. Almeno qui le donne e i bambini hanno materassi su cui dormire e il caldo non è insopportabile. Una magra consolazione, ma in condizioni disperate si deve avere la forza di accontentarsi».

Tantissime altre famiglie sono ospitate nelle scuole ed il governo della regione autonoma del Kurdistan ha reso noto che l’anno scolastico inizierà con alcune settimane di ritardo. «E dove andranno tutti i rifugiati?», si chiede Fadia preoccupata per il futuro dei suoi figli. La famiglia vorrebbe chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato per poter emigrare, ma alcuni cristiani hanno detto a Rayan che per ottenere un colloquio con gli incaricati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati si devono attendere fino a tre anni.


«Non possiamo far niente, solo aspettare e pregare. Cosa abbiamo fatto per meritare questo? Che colpe hanno i nostri figli? Anche noi cristiani siamo iracheni e abbiamo il diritto di vivere nel nostro Paese. Perché nessuno ci aiuta?».

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