Padre Ragheed Aziz Ganni

 

«Ogni giorno aspettiamo l’assalto decisivo ma non smetteremo di celebrare la Messa…

Questa è la guerra, quella vera, ma speriamo di portare la nostra croce fino alla fine con l’aiuto della Divina Grazia». Padre Ragheed

 

Non appena finiti gli studi, nel 2003 vuole tornare in Iraq. Tutti gli sconsigliano di partire: la guerra è appena iniziata e la caduta del regime ha smosso molti equilibri minando fortemente la sicurezza del Paese.

 

Ma Ragheed non vuole sentire ragioni: «E’ la mia terra, il posto a cui appartengo. Saddam è caduto, abbiamo eletto un nuovo governo. Abbiamo votato per la Costituzione».

 

Seminarista della diocesi di Mosul dei Caldei, arriva a Roma nel 1996 per studiare Teologia ecumenica all’Università Pontificia San Tommaso d’Aquino. Nella sede italiana di ACS è di casa, perché grazie al contributo dell’Opera ha potuto studiare. Nella foto, lo potete vedere stringere la mano a Padre Werenfried, durante un incontro a Roma con i borsisti di ACS.

 

Tornato a Mosul il giovane sacerdote si dà da fare per sostenere una comunità cristiana sempre più impaurita, in una città costantemente sotto il tiro delle milizie islamiche. E’ segretario dell’arcivescovo Faraj Rahho di Mosul e parroco della parrocchia dello Spirito Santo. Tiene numerosi corsi di teologia per i laici, lavora con i giovani e le famiglie svantaggiate.

 

Il 1° agosto, 2004, alcune chiese di Mosul e di Baghdad vengono bombardate. E a dicembre dello stesso anno, alcuni uomini mascherati prelevano con la forza monsignor Rahho dalla sua abitazione e lo costringono a guardare la sua casa bruciare.

 

Il 1° aprile del 2007, mentre padre Ragheed dice messa nella parrocchia dello Spirito Santo, la Chiesa viene mitragliata. «In quel momento – racconta qualche giorno dopo – ci siamo sentiti come Cristo che ha fatto il suo ingresso a Gerusalemme nella piena consapevolezza che la conseguenza del suo amore per l’umanità sarebbe stata la Croce. Perciò, mentre le pallottole mandavano in frantumi i vetri della nostra chiesa, abbiamo offerto la nostra sofferenza come segno di amore per Cristo».

 

Ma la situazione si fa ancora più tragica e il 27 maggio, in un’email ad Asianews, padre Ganni racconta che la domenica prima nella sua Chiesa è esplosa una bomba ed esprime tutto il suo sconforto. «Siamo sul punto di crollare…Rimarrà un posto per i cristiani?…Nessun gruppo combatte per la nostra causa».

 

Sette giorni dopo – il 3 giugno – mentre sale in macchina alla fine della messa, padre Ragheed viene freddato a colpi d’arma da fuoco insieme a tre diaconi: Gassan Isam Bidawed, Basman Yousef Daud e Wahid Hanna Isho. La moglie di Wahid, Bayam, racconterà il suo ultimo atto di fede e coraggio: «Uno dei sicari ha gridato a padre Ragheed: ‘Ti avevo detto di chiudere la chiesa. Perché non l’hai fatto? Perché sei sempre qui?’ Ha risposto con semplicità: ‘Come posso chiudere la casa di Dio?’ Poi, hanno aperto il fuoco…»

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