Padre Christian De Chergé e i Martiri di Tibhirine

 

«Se mi capitasse un giorno (e potrebbe essere anche oggi) di essere vittima del terrorismo che sembra voler coinvolgere ora tutti gli stranieri che vivono in Algeria, vorrei che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese… Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato»

Dal Testamento spirituale di Padre Christian de Chergé

 

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996, il Padre Priore del monastero di Tibhirine in Algeria, padre Christian de Chergé viene rapito assieme a sei monaci.
Il 21 maggio il «Gruppo Islamico Armato» rivendica l’uccisione dei religiosi ed il 30 maggio fa ritrovare le loro teste. I corpi non saranno mai ritrovati.

 

 

 

 

 

Ecco i loro nomi:

Christian de Chergé, 59 anni, monaco dal 1969, in Algeria dal 1971.

Luc Dochier, 82 anni, monaco dal 1941, in Algeria dal 1947.

Christophe Lebreton, 45 anni, monaco dal 1974, in Algeria dal 1987.

Michel Fleury, 52 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1985.

Bruno Lemarchand, 66 anni, monaco dal 1981, in Algeria dal 1990.

Célestin Ringeard, 62 anni, monaco dal 1983, in Algeria dal 1987.

Paul Favre-Miville, 57 anni, monaco dal 1984, in Algeria dal 1989.

 

Altri due monaci della comunità, Amédée Noto e Jean-Pierre Schumacher, sono miracolosamente scampati al sequestro e dopo la morte dei loro confratelli si sono trasferiti nel monastero di Fès in Marocco.

 

I religiosi erano perfettamente coscienti dei pericoli cui andavano incontro, siamo nel pieno della guerra civile algerina. Ma nonostante tutto non abbandonano il monastero, per fedeltà alla loro missione.

 

Dal testamento spirituale di padre Christian:

 

«La mia vita non ha valore più di un’altra. Non ne ha neanche di meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei poter avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nello stesso tempo di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito».

 

Non potrei augurarmi una tale morte. Mi sembra importante dichiararlo. Non vedo, infatti, come potrei rallegrarmi del fatto che questo popolo che io amo venisse indistintamente accusato del mio assassinio. Sarebbe pagare a un prezzo troppo alto ciò che verrebbe chiamata, forse, la “grazia del martirio”, doverla da un algerino, chiunque sia, soprattutto se egli dice di agire in fedeltà a ciò che crede essere l’Islam.

 

So di quale disprezzo hanno potuto essere circondati gli algerini, globalmente presi, e conosco anche quali caricature dell’Islam incoraggia un certo islamismo. È troppo facile mettersi la coscienza a posto identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremismi. L’Algeria e l’Islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima.

 

L’ho proclamato abbastanza, mi sembra, in base a quanto ho visto e appreso per esperienza, ritrovando così spesso quel filo conduttore del Vangelo appreso sulle ginocchia di mia madre, la mia primissima Chiesa proprio in Algeria, e, già allora, nel rispetto dei credenti musulmani.

 

La mia morte, evidentemente, sembrerà dare ragione a quelli che mi hanno rapidamente trattato da ingenuo, o da idealista: “Dica, adesso, quello che ne pensa!”. Ma queste persone debbono sapere che sarà finalmente liberata la mia curiosità più lancinante. Ecco, potrò, se a Dio piace, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i Suoi figli dell’Islam così come li vede Lui, tutti illuminati dalla gloria del Cristo, frutto della Sua Passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre di stabilire la comunione, giocando con le differenze.

 

Di questa vita perduta, totalmente mia e totalmente loro, io rendo grazie a Dio che sembra averla voluta tutta intera per questa gioia, attraverso e nonostante tutto.

 

In questo “grazie” in cui tutto è detto, ormai della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui, insieme a mio padre e a mia madre, alle mie sorelle e ai miei fratelli, e a loro, centuplo regalato come promesso!

 

E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah. »

Questo elemento è stato inserito in . Aggiungilo ai segnalibri.