Monsignor Paulos Faraj Rahho

 

«La morte di monsignor Rahho è un atto di disumana violenza che offende la dignità dell’essere umano e nuoce gravemente alla causa della convivenza dell’amato popolo iracheno»

Benedetto XVI

 

Appena otto mesi prima aveva dovuto seppellire il suo segretario, padre Ragheed Ganni.

 

E’ il 29 febbraio 2008 quando monsignor Rahho viene rapito davanti alla Chiesa del Santo Spirito di Mosul. Ha appena finito di celebrare la Via Crucis. D’improvviso un commando di uomini armati uccidono il suo autista e le due guardie della chiesa e lo portano via. I giorni di trattative per la sua liberazione sono inutili ed il vescovo  viene ritrovato morto il 12 marzo 2008. Oggi riposa nel villaggio cristiano di Karamles accanto al suo segretario e amico, padre Ragheed.

 

Era tornato nella sua città natale, Mosul, nel 1977, dopo aver conseguito la licenza in Teologia pastorale presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino di Roma. Ha iniziato il suo servizio sacerdotale nelle chiese parrocchiali di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso e di San Paolo. Poi fa costruire la Chiesa del Sacro Cuore a Telkif e la residenza vescovile, impegnandosi nell’attivazione di un orfanotrofio per i bambini handicappati. Il 16 febbraio 2001 diviene arcivescovo di Mosul, assumendo così la responsabilità di gestire circa 20.000 cattolici caldei in dieci parrocchie.

 

 

Dal suo testamento spirituale: «La morte è una realtà tremenda, la più tremenda di ogni altra realtà, ed ognuno di noi dovrà attraversarla. L’uomo, che dona la sua vita, se stesso e il suo essere e tutto ciò che possiede a Dio e all’altro esprime così la profonda fede che ha in Dio e la sua fiducia in Lui. Il Padre Eterno si prende cura di tutti e non fa mai male a nessuno. Perché il suo amore è infinito. Lui è Amore, ed è anche la pienezza della paternità. Così si comprende la morte: morire è interrompere questo donarsi a Dio e all’altro (nella vita terrena) per aprirsi ad un donarsi nuovo e infinito, senza macchia. La vita è il consegnarci pienamente tra le mani di Dio; con la morte questo consegnarci diventa infinito nella vita eterna.

Chiedo a tutti voi di essere sempre aperti verso i nostri fratelli musulmani, yazidi e tutti i figli della nostra Patria amata, di collaborare insieme per costruire solidi vincoli di amore e fratellanza tra i figli del nostro amato Paese, Iraq».

 

Questo elemento è stato inserito in . Aggiungilo ai segnalibri.