#MeToo per tutte!

Quella che vedete qui sotto è la lettera-appello che nei giorni scorsi abbiamo pubblicato su “Vanity Fair”, una delle riviste femminili più lette in Italia e nel mondo.

Abbiamo voluto lanciare una provocazione, chiedendo a quattro famose attrici impegnate nella denuncia contro le molestie sessuali nel mondo dello spettacolo, di prendere a cuore anche le decine di migliaia di donne che in molti Paesi subiscono violenze indicibili solo perché professano una religione di minoranza, nella maggior parte dei casi quella cristiana.

Vivono in luoghi lontani dai riflettori e il politicamente corretto impone che i loro volti siano sconosciuti. Abbiamo chiesto a tre di loro, vittime di violenze orribili, di rappresentarle tutte: sono Rebecca, cattolica nigeriana, suor Meena, cattolica indiana, e Dalal, yazida irachena, quest’ultima appartenente a una comunità religiosa contro cui, come accaduto a quella cristiana, Isis ha messo in atto un vero e proprio genocidio.

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Vogliamo dare loro voce e vogliamo aiutarle concretamente!

ACS ha costituito un Fondo di solidarietà per le donne cristiane vittime di violenza per ragioni di fede ovunque nel mondo.

Grazie a questo Fondo le donazioni dei Benefattori sa­ranno destinate a un insieme di progetti specifici.

 

Non è infatti più tollerabile la sofferenza causata alle donne:

dalla sharia, cioè la legge islamica;

dalle conversioni e dai matrimoni forzati, anche di minorenni;

dai rapimenti e dagli stupri perpetrati da forma­zioni terroristiche;

dalle conseguenze dei fondamentalismi religiosi;

dall’oppressione dei totalitarismi.

Due esempi concreti

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EGITTO: ragazze cristiane rapite e costrette a sposare uomini musulmani

Marilyn, cristiana egiziana 16enne rapita vicino Mynia per essere data forzatamente in sposa a un musulmano, convertendola all’islam, nello scorso settembre è riuscita a tornare a casa dopo 92 giorni. La storia di altre decine di ragazze cristiane rapite non ha avuto questo lieto fine. Le famiglie rimangono spesso sole, perché le autorità definiscono queste ragazze “sparite” anziché “rapite” e non realizzano indagini adeguate. Di fatto, l’unico aiuto su cui possono contare le famiglie è quello dei sacerdoti, come accaduto a quella di Marilyn che ha goduto del sostegno di padre Boutros Khalaf, sacerdote del villaggio. Un ex rapitore ha recentemente dichiarato che quello dei rapimenti delle ragazze è un business “fruttuoso” e che vi è una rete islamista con alcuni elementi in Arabia Saudita disposta a pagare oltre 2.000 euro per comprare una ragazza cristiana.

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PAKISTAN: due volte vittime della violenza, perché donne e perché cristiane

La tragedia si è compiuta nell’aprile scorso. Coraggio­samente, aveva rifiutato di sposare un musulmano di nome Rizwan Gujjar, che voleva costringerla a convertirsi all’islam. Asma è stata cosparsa di carburante e bruciata viva. Ricoverata d’urgenza con il 90% del corpo ustionato, è deceduta il 23 aprile a Lahore. Mentre la comunità locale piange e chiede giustizia, la sua vicenda ricorda quella di Sonia Bibi, 20enne cristiana di Multan, anche lei arsa viva dal suo aguzzino tre anni fa. La violenza contro le donne ha colpito anche due ragazze musulmane pakistane che vivevano in Italia: la prima, Sana Cheema, 25 anni, resi­dente a Brescia, è stata uccisa durante un soggiorno nel suo Paese, perché voleva sposare un italiano; la seconda, Farah, 18 anni, che viveva a Verona, è stata riportata con l’inganno in Pakistan e lì costretta ad abortire, perché aspettava un figlio da un cristiano.

Aiutale!

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